Emilio Faccioli - Marzo 1986

Intorno alla scultura di Bergonzoni, o almeno intorno a un circoscritto periodo della sua attivita', ho buona memoria di una confidenza fattami nel 1950 da Francesco Messina, membro di una giuria per il Premio Mantova indetto in quell'anno : "C'e' stato un momento, a cavallo fra il Venti e il Trenta, in cui ho avuto paura di come Bergonzoni faceva il vero". La " paura" di Messina implicava un giudizio in positivo ( e anche, a ben guardare, una mentalita' concorrenziale non propriamente nobile ), ma in ogni caso occorrera' intendersi circa il significato di quel "fare il vero", che probabilmente per Bergonzoni voleva dire, a quell'epoca, qualcosa di non lontano dal senso assegnatogli da Messina e che tuttavia non tardo' a chiarirsi in termini radicalmente diversi.

Diversi nella sostanza furono i suoi stessi esordi, benché l'approccio al "vero" potesse sembrare favorito in Bergonzoni dall'attitudine nativa a un mimetismo che rivelava la sua vocazione all'arte ma non ancora, e non certamente, il punto d'arrivo della sua ricerca. Fin da principio, in effetti, la sua tendenza di fondo fu orientata verso una progressiva essenzializzazione del "vero" – forse proprio per il fatto di poterlo acquisire con tanta facilita' -, verso la rinuncia di tutto cio' che gli appariva descrittivo e aneddotico malgrado la vincolante insistenza sulla definizione dei particolari e sulla loro oggettiva trascrizione.

Mimesi del "vero", ben altrimenti da quanto riteneva Messina, volle dire presto per Bergonzoni responsabile distacco dagli aspetti contingenti delle cose, dapprima attuato mediante una trattazione franta soltanto in superficie, con effetti di un'increspata luminosita' di ascendenza impressionista, successivamente con piu' decisi interventi sull'impostazione strutturale del testo plastico, in uno sforzo di continua riduzione e semplificazione che lo porto' a risultati di un lievitante dinamismo, magari a costo di una certa crudezza di contrasti, sulla strada di quella "verita'" piu' difficile perché tutta intima, che andava cercando: non a fianco di Messina – si badi bene -, bensi' di Martini, di Marino, di Fontana, di Melotti, di coloro che preferi' frequentare e ricordare e che in quegli anni vollero essere non imitatori ma inventori del "vero".

Con quanto rigore Bergonzoni abbia proceduto su quella strada lo dimostra a usura la sua produzione di un cinquantennio e piu' nella quale e' possibile registrare qualche esito intermittente, non mai un minimo sgarro nei confronti dell'itinerario intrapreso, mai un compromesso di comodo con quel "mestiere" di cui non e' nemmeno da pensare che gli mancasse la pratica. E lo dimostra tutto quello che ha distrutto e rifatto e di nuovo distrutto, in un processo di autocontrollo critico che non e' mai stato per lui motivo di dramma o di "tormento" – come ama dire di sé chi e' portato a millantarsene -, ma semplicemente di un ripensamento sereno e infine di una decisione liberatoria, in nome della quale non esitava a sacrificare il lavoro e il tempo che aveva spesi. Come poi non c'era inquietudine nelle eliminazioni che veniva operando con tanta intransigenza, cosi' - ci ricorda opportunamente la Bossaglia – inquietudine non si avverte neppure quando la sua attenzione era indotta a sostare su motivi drammatici e il suo medesimo interesse d'interprete lo portava a tradurli drammaticamente.

Si potrebbe aggiungere che la visione di Bergonzoni e' sempre stata limpida e calma in ragione del suo autentico temperamento di uomo contemplativo, o per meglio dire di uomo educatosi alla contemplazione per la sua forza interiore, e per cio' disponibile a recepire quanto oculato nello scegliere e nel metter ordine. Di qui ci sembra abbia origine il suo equilibrio espressivo, sia nel progredire verso l'astrazione dal "vero", non mai del tutto obliterato e per conto sempre affiorante anche se d'acchito stravolto, sia nel dosare con accortezza i procedimenti di stilizzazione, di volta in volta negli impegni piu' "seri" e in quelli episodicamente piu' "divertiti".

Poiché questo e' avvenuto in Bergonzoni : che il suo temperamento contemplativo non gli impediva di guardare con occhio divertito a immagini di grazia e di eleganza senza tuttavia lasciarsene sedurre e cercando se mai di trattarle con una sua maniera affettuosamente scontrosa, quasi di bistrattarle a ditate dall'alto rilievo, a creste e avvallamenti di un energico chiaroscuro che della grazia e dell'eleganza, specie in certi bozzetti degli anni Cinquanta, hanno reso non il gesto per se stesso ma la corrispettiva e coerente idea formale.

Ed e' accaduto che i suoi momenti di contemplazione piu' assorta, ai quali era sottesa la minaccia dei turbamenti incontrollati o delle spinte al misticismo, abbiano trovato riscatto di estasi formale grazie a una stilizzazione praticata con un fare piu' raccolto, in certi casi con una voluta turgidita' che e' pienezza vitale, percorsa da sommovimenti e fermenti che ribollono in superficie, come nella "Pomona" e in alcune "Maternita'", in altri con una levigatezza appena velata da distese luminescenze, alle soglie dell'astrazione, nei "Torsi" e nelle "Figure-piante" e soprattutto in quel "Ramo-uomo" che e' il "Crocifisso".

All'astrazione dal "vero" Bergonzoni pote' pervenire da ultimo proprio sulla direttrice della sua capacita' di approfondimento tutto interiore lasciandone soltanto intravedere qualche traccia in filigrana, attraverso gabbie, tralicci e grovigli di "Forme", come a un certo momento prese a intitolare le sue sculture, finche' queste ultime diventarono senz'altro "Architetture", e cioe' pure proiezioni plastiche della sua intelligenza contemplativa.