Intervista impossibile ad Aldo Bergonzoni - Renzo Margonari - Giugno 2012

Distruggere per costruire

La miglior compagnia dell'artista e' il dubbio

Ha pupille nere mobilissime, sguardo acuto. "Occhi pungenti", dice sua moglie, la pittrice Pace Raus. Scruta attentamente quelli dell'interlocutore, e l'espressione vela una certa ironica bonomia. Comprendi subito intelligenza e moderazione. Come si dice, una brava persona. Veste impeccabilmente con giacca e cravatta. Si puo' dire che tiene molto all'aspetto. Nulla di artistoide. So che compra camicie e cravatte nella boutique Fanny, la piu' ricercata della citta'. Ha due vestiti e ne sostituisce uno quand'e' liso, facendo confezionare quello nuovo su misura. E' calvo con una corona di capelli come una vasta tonsura. D'inverno porta un Borsalino grigio. Lo incontro per strada, rara coincidenza. Piuttosto asciutto di modi: un tipo mite, ma assai critico. E' di statura piuttosto corta, ma con portamento eretto e signorile che gli conferisce una naturale autorevolezza. Invece e' timido, preferisce discorrere senza enfasi e con voce discreta, prevalentemente in dialetto.

Nello studio, pero' si trasforma. Mentre modella l'argilla fischietta canzoni di Josephine Baker, la star che aveva ammirato a Parigi, alle Folies Berge're; li', indossa un vecchio paio di calzoni sformati e un camice bianco. Modella l'argilla con piccoli tocchi nervosi, esitanti, a pizzichi, poi premuti col pollice, e ne trae forme stabili e ben bilanciate. La superfice delle sue sculture muta con l'incessante ricerca formale. A Torri del Benaco, invece, lavora in camicia e calzoni corti. Fa ritratti. Facciotto, Perina, Carlo Andreani, e i famigliari. Non coltiva alcun atteggiamento magistrale. Io, pero', non sono mai riuscito a dargli del tu e credo neppure gli altri suoi giovani amici. Le ultime sculture sono bronzetti che chiama Impugnabili : si potrebbero portare appresso tenendole come una valigetta.

Caro maestro, che bell'incontro! Sono andato a Brera per una conferenza-lezione sul periodo mantovano di Rubens, e ho voluto vedere l'aula del grande Adolfo Wildt, dove lei ha studiato.

Wildt. Oltre a me e Lorenzetti, insegno' anche al grande architetto Aldo Andreani: gli era assai affezionato.

Lei e Clinio Lorenzetti avevate lo studio insieme a Lucio Fontana, tutti allievi di Wildt. Ve la passavate bene?

Al contrario. Eravamo ben poveri. Fontana, pero' era gia' in contatto con la ricca borghesia milanese per via dei suoi lavori al cimitero Monumentale. Otteneva anche commesse pubbliche che a noi mancavano, sicche' eravamo spesso affamati. Quando non ne potevamo piu', lui, sempre azzimato, elegante, modi forbiti, andava nelle migliori pasticcerie e ordinava dolciumi facendoli recapitare al nostro studio a nome della contessa o del marchese tal dei tali, che sapeva clienti abituali della pasticceria. Cosi' pasteggiavamo con raffinatissimi dolciumi e acqua schietta. Fontana ed io eravamo molto amici e lo siamo rimasti fino all'ultimo. Gli scambi d'opinione con lui mi hanno sempre intrigato e indotto a dubitare salutarmene per l'evoluzione della mia arte.

Ma lei distruggeva quasi tutto quello che andava facendo! Quando venivo al suo studio, lo trovavo pieno di bozzetti, e una settimana dopo non ne sopravviveva neanche uno. Erano a pezzi macerando in un secchio d'acqua per recuperare l'argilla. Ai tempi dei suoi esperimenti col cartone cannettato e con le "marogne", dei quali resta poco, la cosa divenne ancor piu' evidente. Simile insoddisfazione mi colpiva e la sua autocritica mi pareva implacabile. Sembrava non producesse piu' nulla, invece lavorava continuamente.

Caro mio, il dubbio e' la miglior compagnia per un artista. Come si fa ad essere sicuri se quello che azzardi ha una forza estetica? C'e' il desiderio di fare il nuovo. Mi confortavo spesso andando a Milano per due chiacchiere con Lucio. Poi, rinfrancato dal suo teorizzare, cominciavo a seguire i miei pensieri, meditare, cosi' cominciavano i dubbi e dicevo a me stesso: va a saver!

Qui a Mantova, pero', c'era Albano Seguri con cui confrontarsi...

La lu' ? Nel dopoguerra avevo studio accanto al suo in cima al Palazzo del Podesta'. Provocava intenzionalmente incidenti e se protestavo mi avvertiva di essere un ex pugile. Un caratteraccio. Giuseppe Gorni, prima che tu lo riscoprissi, era dimenticato e stava a Cinisello, eppoi apparteneva a un'altra generazione, sicche' non ebbi la possibilita' di confrontarmi con altri colleghi, se non fossi andato alla capitale lombarda dove frequentavo anche Umberto Milani. Ho sempre appezzato soprattutto la compagnia dei giovani. Con me ci stavano volentieri, in particolare Madella e Schirolli. Loro due, poi, mi hanno anche fatto da assistenti per alcune cose da collocare pubblicamente: modellare l'argilla, saldare...Tu, invece, andasti militare. Eri impiegato alle Municipalizzate, come Facciotto e Vaini, poi sempre in viaggio. Ti ho visto meno degli altri...Un altro giovane amico, Giordano Frabboni, mi convinse a riprendere l'incisione e cosi', con mia moglie, andai ad Urbino per perfezionarmi alla tecnica litografica. Negli ultimi anni mi fu molto vicino Italo Lanfredini, assiduo quando mi ammalai. Con lui avevo progettato di fare in grande alcune mie opere, ma poi...

Quando ho scritto il mio saggio per la mostra del MAM di Gazoldo nel 1986, non ho potuto chiarire bene i suoi rapporti col gruppo di Villa Giraffa a Goito, con Cavicchini e gli altri, prima della guerra. Tutti sfuggono l'argomento. So che lei rifiuto' quell'ambiente. Come andarono veramente le cose?

Quella monografia rimane la testimonianza piu' precisa circa il senso del mio lavoro, anche perche' ne abbiamo parlato spesso nel mio studio e ti sei ricordato di quello che dicevamo. Villa Giraffa era un ritrovo di fascistoni boriosi mentre io, lo sai, sono un po' schivo, una persona mite. Il "cenacolo" era dominato da Arturo Cavicchini, artista eccellente, ma un carattere aggressivo ed esagitato. Con quelli, non c'era accordo. Eppoi non sopportavo le avances della Ninnina (moglie del nostro ospite). Io e Lucchini ce ne andammo alla svelta.

Lei ha frequentato il gruppetto "chiarista" che s'era formato a Castiglione delle Siviere accanto a Del Bon, Mutti, Marini, e c'era spesso anche Facciotto. Anche lei, allora, prese a dipingere. Bei quadri, secondo me. Quali erano davvero i vostri rapporti, chi pilotava il gruppo?

Sono stato amico di Facciotto. In certi aspetti del carattere ci somigliavamo. Tra noi nacque come una fratellanza. Ma era Ezio Mutti che convocava, non Oreste Marini. Fu Mutti a instaurare rapporti anche con lo scultore Emilio Gilioli che aveva conosciuto a Parigi. Gilioli era di Reggiolo, insomma uno dei nostri. Bisogna rivalutare anche il ruolo di Carlo Malerba, passato come anfitrione e sodale, mentre era anche un notevole pittore.

Ho faticato molto a ritrovare anche un solo quadro di quelli che lei dipinse allora, cosi' mi convinsi - data la sua tendenza a distruggere - che fosse l'unico sopravvissuto. Anni dopo, pero', ne ho visti alcuni altri, bellissimi, da gran pittore chiarista.

In effetti, ho eliminato quasi tutto, ma i migliori li ho salvati. Ero addestrato alla pittura, ho sempre disegnato. Tutti noi disegnavamo molto. I quadri prendono vie misteriose. Si perdono nel tempo e poi tornano...Nei primi anni Trenta andavo talvolta sul Garda con Facciotto e Alfonso Monfardini che era pratico di quei luoghi, gran brav'uomo, anche lui eccellente scultore diventato pittore. I quadri li facevo giusto per stare in compagnia coi cari amici. Dicono che dipingevo bene...va a saver! Ho continuato fino agli anni Cinquanta, e a disegnare spesso il paesaggio.

Devo ripartire, maestro. Mi ha fatto piacere rivederla.

Ciao, farabir !

E' una stretta di mano breve, come tra vecchi amici.